Fare filosofia a scuola e apprendimento significativo

Condivido qui alcune riflessioni sull’argomento (con una piccola bibliografia di riferimento). Si tratta di spunti già condivisi e discussi in alcuni libri [ecco il link alle mie pubblicazioni].

La filosofia con i bambini promuove l’impegno a problematizzare, cioè all’esercizio dell’immaginazione, del pensiero e dell’argomentazione rispetto a domande che inducono a mettere in relazione categorie, concetti, esperienze: ci si esercita a fare ipotesi, a distinguere inferenze fondate e infondate, a concepire possibilità diverse da quelle a cui si è avvezzi, a ragionare in termini controfattuali, a valutare il quasi e le alternative.

Riferimenti a: D. P. Ausubel, Educazione e processi cognitivi, Franco Angeli, Milano 1998, p. 704; P. L. Harris, L’immaginazione nel bambino, a cura di O. Albanese, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008; R. Byrne, The rational imagination, MIT Press, Cambridge (Mass.) 2007.

Il formatore non è una sorgente di segnali da immagazzinare passivamente, ma diventa coadiutore di un processo di discussione e apprendimento, come suggeriva Dewey o il modello dell’educazione problematizzante di Freire. Seguendo Bruner, il formatore assume un ruolo di scaffolding, in quanto fornisce l’impalcatura a processi coinvolgenti e interattivi, alla co-costruzione dei significati e al reciprocal teachingtra bambini

Riferimenti a: P. Freire, La pedagogia degli oppressi(1970), trad. it. di L. Bimbi, EGA, Torino 2011; J.S. Bruner, Il processo educativo. Dopo Dewey(1960), trad. it. di A. Armando, Armando, Roma 1999; Il significato dell’educazione(1971), trad. it. di C. Scurati, Armando, Roma 1974; La ricerca del significato. Per una pedagogia culturale(1990), trad. it. di E. Prodon, Bollati Boringhieri, Torino 1992; La cultura dell’educazione. Nuovi orizzonti per la scuola(1996), trad. it. di L. Cornalba, Feltrinelli, Milano 2002; La mente a più dimensioni(1986), trad. it. di R. Rini, Laterza, Roma-Bari 2005.

Il formatore non assume la posizione in cui non può essere, quella dell’insegnante onnisciente, e al tempo stesso non vede sminuite l’autorità e la responsabilità che comporta il ruolo di orchestrazione: parallelamente, i bambini si incontrano con cose che non sanno e che li mettono in difficoltà e, quindi, esplorano ciò che resta nascosto dal non sapere di non sapere. Questa è una delle condizioni che trattengono dove si è. 

Riferimenti a: J. Bruner, La cultura dell’educazione. Nuovi orizzonti per la scuola(1996), trad. it. Feltrinelli, Milano 2001, p. 35; H. Von Foerster, Non sapere di non sapere, in M. Ceruti (a cura di), Che cos’è la conoscenza, Laterza, Roma-Bari 1990. 

La conversazione filosofica è una buona via per far sì che l’apprendimento meccanico lasci spazio a quello significativo: se ne ricava, quando le parti interagiscono in modo sufficientemente buono, quel piacere di scoprire che attiva due sistemi emozionali fondamentali, la ricerca e la giocosità, di cui ha scritto Richard Feynman (R.P. Feynman, Il piacere di scoprire, trad. it., Adelphi, Milano 2002).

Passando attraverso l’esercizio della fantasia e dell’immaginazione riusciamo a percepire ciò che abbiamo intorno e perfino ciò che ci cade sotto il naso, in modo più ricco di quanto possiamo abitualmente. Questo è il senso dell’esperienza della filosofia con i bambini, fatta utilizzando gli esperimenti mentali e gli enigmi della filosofia: l’isola dell’utopia, gli altri esperimenti mentali e i frammenti di testi antichi e recenti possono diventare un pretesto per innescare processi educativi incentrati non sull’insegnante e su ciò che ha da dire, ma su chi apprende, sulla meraviglia, sull’incertezza che costringe a riflettere e sulle motivazioni ad apprendere.

L’insegnante resta, a monte e a valle del processo educativo, il responsabile dell’introduzione in uno spazio di scoperta, in cui le menti possano estendersi correlando ciò che sanno con ciò che non sanno. Ciò che ancora resta da fare, in processi come questi, è iniziare a camminare: passare da ciò che si può apprendere conversando e usando la parola – che è molto – a ciò che si può apprendere soltanto iniziando a camminare all’aperto, con un bagaglio più ricche di parole che aspettano di essere messe alla prova delle esperienze.