Durante il mio viaggio in Italia del 2015/2016, fatto per proporre l’esperimento mentale dell’utopia nelle scuole primarie, nel novembre 2015 approdai a Scampia, ospite del Centro Territoriale Mammut. Mi torna in mente quell’incontro ora, mentre inizia un anno caratterizzato da tanta incertezza e da vincoli tanto inediti quanto pesanti negli spazi della vita scolastica.
Prima di richiamare la lezione del Mammut di Scampia occorre una premessa. In quel novembre 2015 chi scriveva “Scampia” come chiave di ricerca su Google trovava queste immagini.

Dalla grande piazza presso la quale si trova il Mammut (Piazza Giovanni Paolo II) si scorgevano le famigerate Vele. La sede del Centro si trova sotto le colonne di un grande porticato alquanto strano che gli abitanti del quartiere chiamano Mammut, per il suo aspetto.
Giovanni Zoppoli, coordinatore delle attività del centro, mi descriveva così gli inizi (trascrivo il flusso del parlato): «Questo edificio, quando siamo arrivati nel 2007, era solo mattoni, mura grezze. Questa qua, la piazza, fa parte del tentativo di recupero della zona attraverso le piazze che Bassolino fece a un certo punto. Sorsero varie piazze, tra cui questa piazza qua: questa doveva avere dentro un pantheon speculare dall’altro lato [il sistema delle colonne che si vede nelle foto], ma gli finirono i soldi all’ingegnere e non venne costruito. Quindi è rimasta questa cosa enorme. E la piazza era tutta recintata, ancora due anni prima che arrivammo noi: era tutta chiusa da lamiere, perché non la finivano e non la inauguravano. […] Ci fu un servizio delle Iene, che si intrufolarono pure loro, entrarono nel buco della lamiera e videro quello che succedeva. Praticamente, fecero vedere scene di inferno, gente che stava qua si bucava in mezzo alle macerie e tutto il circondario era terrorizzato da questa piazza. Però faceva parte di un periodo che dopo il terremoto e fino allo scoppio della prima guerra di Camorra (2003) che tutti questi spazi erano veramente il supermercato della droga. Venivano da tutte le parti a consumare. C’erano tutti questi spazi verdi; questa piazza era piena di persone che barcollavano con le siringhe più o meno addosso. Era tutto pieno di siringhe, tutta Scampia, dalla metropolitana a qua. Era una cosa abbastanza infernale solo a vederlo. E qua che era recintato c’erano tutti questi tossici che si venivano a fare. Dopo questa cosa in televisione ci fu un grande scalpore, aprirono la piazza, però comunque si venivano a farsi tutti. Quando siamo arrivati c’era la fila qua sopra. Quando noi arrivammo qua erano tutte siringhe e c’era la fila di là… lungo la passeggiata del parco, questo corridoio che costeggia tutta la strada. C’erano le file di persone che si andavano a fare. Noi ci abbiamo lavorato molto anche con altre associazioni: facemmo questo comitato “Spazio pubblico” e ci si batteva molto per questa questione degli spazi».
Queste le premesse. Entrando nella sede del Mammut, Giovanni mi fa vedere i locali: c’è un laboratorio di pittura per bambini dai sei anni in su, bambini che arrivano qui anche da soli in bicicletta dalle Vele e dai palazzi vicini; c’è il laboratorio della Ciclofficina, un’officina dove si impara ad aggiustare biciclette, curato da Chiara, che si occupa anche di danza e di altre attività. C’è una stanza adibita a biblioteca e ad altre attività legate alla lettura e alla scrittura, con un piccolo laboratorio di serigrafia. C’è poi la stanza più ampia dove si balla e si fanno attività fisiche. Lo spazio antistante, tra le colonne, è spazio di gioco e di condivisione delle attività. Le famiglie sono sempre più coinvolte, mi dicono, in particolare le mamme.
La lezione che il gruppo del Mammut di Scampia mi ha insegnato è che può essere stimolante, istruttivo e anche bello mettersi alla prova come formatori in situazioni “non comode”, a volte “estreme”. La sfida più grande consiste nel non subire in modo passivo i vincoli, ma nel fare in modo che facciano da stimolo e alimentino la creatività. Non è facile, ovviamente, ma non è neppure impossibile.
Da parte mia, credo che un buon approccio alle conversazioni e alle esperienze filosofiche possa dare un contributo in tal senso, dialogando con principi e metodologie della scuola attiva.
Visitando la pagina del Centro Mammut oggi, all’inizio dell’anno scolastico 2020/2021, scopro una sintonia non casuale (credo) su questo punto: il Centro ha intitolato il suo progetto di ricerca-azione di quest’anno “Di necessità virtù”, con questo intento: «Noi vorremmo riuscire invece a far diventare questo momento un’occasione basata proprio sull’eccezionalità, dove i docenti (e il resto delle persone che fanno parte di una scuola) decidano di sperimentare un tempo nuovo, basato sulla condivisione di possibilità mai provate prima di fare cose mai fatte».
Fare di necessità virtù: questo modo di dire, in effetti, può tradursi in un motto e in un auspicio per l’anno scolastico che sta iniziando.
Il resoconto dell’utopia immaginata da bambine e bambini di Scampia, insieme a quelle di tanti altri paesi e città d’Italia, si trova qui





